martedì 2 agosto 2016

La gentilezza. I ricchi e famosi, sono il nostro clero moderno..

La gentilezza, virtù dei perdenti o segno di salute mentale? 
http://www.scrivolibero.it/agrigento-citta-della-gentilezza-lartista-moscovita-pototsky-dona-unopera-darte-alla-citta/
Il 13 novembre si celebra il giorno della gentilezza,  troppo lontano per non ricordarcene anche oggi, ricordare amici artisti, politici o familiari che ci hanno lasciato il segno di questa eredità. Dobbiamo riconoscere che questa qualità non ha più un grande spazio in ciascuno di noi. Nel passato molte ed autorevoli persone già ci avevano invitato a ripristinare questo stato d'animo così prezioso. 

La gentilezza, disse l'imperatore e filosofo romano Marco Aurelio, è "il più grande piacere dell'essere umano". Pensatori e scrittori hanno fatto eco a questo pensiero per secoli, ma oggi molte persone trovano questo incredibile piacere per lo meno altamente sospetto (ne conosco moltissimi/e). Si è giunti a pensarlo perché l'essere umano è privo di generosità naturale. C'è una radicata convinzione che, come specie, siamo profondamente e fondamentalmente ostili, l'uno contro l'altro, che i nostri slanci siano fondamentalmente egoistici e l'affetto sia una forma di protezione. La Gentilezza - non la sessualità, non la violenza, non il denaro - oggi è il nostro piacere proibito. 

In un certo senso, la gentilezza è pericolosa perché si basa sulla sensibilità verso gli altri, sulla capacità di identificarsi con i loro piaceri e le loro sofferenze. Mettersi al posto di un altro può essere molto scomodo. Ma i piaceri che produce la gentilezza, come tutti i grandi piaceri umani, hanno il bello di essere pericolosi per natura, ma sono tra le cose più gratificanti che abbiamo.

Nel 1741, il filosofo scozzese David Hume perse la pazienza per una scuola filosofica che considerava l'umanità irrimediabilmente egoista. Lui pensava che coloro i quali erano abbastanza stupidi da negare l'esistenza della bontà umana avevano perduto di vista la realtà dei sentimenti. Per gran parte della storia, fino ai tempi di Hume e oltre, agli albori dell'età moderna, le persone venivano percepite come naturalmente buone. Rinunciando alla gentilezza e, in particolare, agli atti di bontà, noi ci priviamo di un piacere essenziale per il nostro benessere. 

Il termine "gentilezza" copre quei sentimenti che oggi chiamiamo solidarietà, generosità, altruismo, umanità, compassione, pietà, empatia - in passato conosciuti con altri nomi, come filantropia (amore per l'umanità) e caritas (amore per il prossimo e amore fraterno). Il significato preciso di queste parole variano, ma tutti si riferiscono fondamentalmente a ciò che è stato chiamato nell'epoca vittoriana "open-heartedness" (apertura di cuore), la disposizione favorevole verso l'altro. Ancora più indiscriminato e generalizzato della distanza tra le persone è il desiderio di eliminarla”, scriveva il filosofo tedesco Theodor W. Adorno, riferendosi al fatto che "la distanza dagli altri può farci sentire sicuri, ma può anche farci soffrire", come se la solitudine fosse il prezzo inevitabile da pagare per proteggerci. 

La storia ci mostra i molti modi che ha l'uomo per esprimere il suo desiderio di andare verso gli altri, dalle celebrazioni classiche dell'amicizia alle filosofie dell'azione sociale del XX secolo, passando per gli insegnamenti cristiani di amore e carità. Essa ci mostra anche come siamo estranei gli uni agli altri e come la nostra capacità di amare gli altri è inibita da paure e rivalità vecchie come la stessa 'gentilezza'.


Per la maggior parte della storia occidentale, la tradizione dominante della gentilezza era il cristianesimo, che santifica gli istinti generosi dell'uomo e, di fatto, il fondamento di una fede universale. La carità cristiana è stata per secoli il cemento che unisce gli individui in una società. Dal XVI secolo, il comandamento cristiano "Ama il prossimo tuo come te stesso" sta cominciando ad affrontare la concorrenza dell'individualismo. Il Leviatano di Thomas Hobbes (1651), testo fondante del nuovo individualismo, considera la bontà cristiana come un'assurdità psicologica. Gli uomini erano, secondo Hobbes, animali egoisti che si curavano solo del proprio benessere e l'esistenza umana "una guerra di tutti contro tutti". Le sue opinioni impiegarono tempo per affermarsi, ma alla fine del XVIII sono diventate l'ortodossia, nonostante tutti gli sforzi di Hume e altri. 

Due secoli più tardi, sembra che tutti siamo diventati hobbesiani, convinti di essere motivati da interesse personale. La Gentilezza ispira diffidenza e le sue manifestazioni pubbliche sono giudicate moralistiche e sentimentali. Le sue famose icone - Nelson Mandela, Madre Teresa ... sono, al tempo stesso, venerati come santi, come accusati di essere ipocriti e interessati. Dare priorità ai bisogni degli altri è forse lodevole, pensiamo, ma di certo non è normale. 

Oggi, solo tra genitori e figli la bontà è prevista, ben vista e, di fatto, obbligatoria. La gentilezza, vale a dire la disponibilità ad assumersi la vulnerabilità degli altri e, quindi, di noi stessi, è diventata un segno di debolezza (tranne ovviamente che per i santi, nel senso che riflette la loro natura eccezionale). Non siamo ancora arrivati a dire che i genitori dovrebbero smettere di essere gentili con i propri figli. Ma abbiamo sviluppato nella nostra società una fobia per la gentilezza, evitando ogni atto di bontà e trovando ogni tipo di ragione per esprimere questa avversione. Tutta la compassione si riduce in autocommiserazione, sostiene lo scrittore David Herbert Lawrence ('Mai mi fu dato di vedere un animale in pena per sé. Un uccelletto cadrà morto di gelo giù dal ramo senza aver provato mai pena per sè stesso') e, questa formula, riflette bene ciò che oggi ispira la gentilezza, presa per una nobile forma di egoismo o per vile forma di debolezza (i buoni sono gentili solo perché non hanno il coraggio di essere qualcos'altro). 

La maggior parte degli adulti in segreto crede che la gentilezza sia una virtù dei perdenti. Ma il parlare di vincitori e vinti partecipa esso stesso al fobico rifiuto della gentilezza. Perché se c'è una cosa che i nemici della gentilezza, e tutti noi siamo tra questi, non si chiedono mai, è perchè tutti ne abbiamo esperienza. Perché siamo inclini ad essere gentili con gli altri? Perché la gentilezza è importante per noi? La gentilezza è unica in quanto sappiamo riconoscerla perfettamente, nella maggior parte delle situazioni; e tuttavia il riconoscimento di un atto di gentilezza rende più facile evitarla. Noi di solito sappiamo cosa fare per essere gentili e riconoscere le situazioni in cui le persone lo sono con noi e quelle in cui non lo sono. Noi di solito abbiamo i mezzi per applicarla (non c'è bisogno di essere degli esperti) e ci dà piacere. Tuttavia proprio per questo, paradossalmente, ci disturba. Non c'è niente di cui ci sentiamo sempre più regolarmente privati che della bontà; la mancanza di gentilezza è la malattia del nostro tempo. "Un segno di salute mentale", ha scritto (lo psicoanalista britannico) Donald Winnicott nel 1970, "è la capacità di entrare con fantasia nei pensieri, nei sentimenti, nelle speranze e le paure di qualcun altro e lasciare che qualcun altro faccia lo stesso con te". 

La mancanza di gentilezza mostra una mancanza di immaginazione così grave da minacciare non solo la nostra felicità, ma anche la nostra salute mentale. La cura per gli altri, come diceva Jean-Jacques Rousseau, è ciò che ci rende pienamente umani. Dipendiamo l'uno dall'altro, non solo per la nostra sopravvivenza, ma per la nostra stessa esistenza. L'individuo senza legami affettivi è una finzione o un pazzo. La società occidentale moderna rifiuta questa verità fondamentale e mette al primo posto l'indipendenza. Noi siamo tutti esseri fondamentalmente dipendenti. il pensiero occidentale è d'accordo su questo in tutta la sua storia, o quasi. Anche gli stoici, rappresentanti per antonomasia dell'autosufficienza, riconobbero che l'uomo aveva un innato bisogno degli altri, fornitori e oggetto di gentilezza. L'individualismo è un fenomeno molto recente. L'Illuminismo, che di solito è considerato l'origine dell'individualismo occidentale, ha difeso le "condizioni sociali" contro gli "interessi personali". L'epoca vittoriana, che tutti sono d'accordo nel qualificarla età dell'oro dell'individualismo, ha visto scontrarsi violentemente sostenitori e oppositori dell'individualismo economico. Nei primi anni dopo il 1880, lo storico e attivista cristiano Arnold Toynbee addita la visione egoistica dell'uomo predicata dai profeti del capitalismo della libera impresa in una serie di conferenze sulla rivoluzione industriale, in Inghilterra. Il "mondo di animali cercatori d'oro, privi di qualsiasi affetto umano" previsto dai sostenitori dell'economia di mercato è "meno reale dell'isola di Lilliput". 

I Transcendentalisti americani, questa volta, denunciano lo spirito di "competizione egoista" e costituiscono le comunità di "cooperazione fraterna". Anche Charles Darwin, tesoro degli individualisti moderni, respinse l'idea che l'umanità fosse fondamentalmente egoista, difendendo, da parte sua, l'esistenza di istinti altruistici potenti quanto quelli egoistici. La benevolenza e la cooperazione sono innate negli esseri umani, sostenne nel 1871, in 'The descent of man (L'origine dell'uomo)', e sono un fattore determinante per il successo dell'evoluzione. Darwin ha difeso la gentilezza sulla scienza e non sulla religione. 

Per la maggior parte dei suoi contemporanei, tuttavia, la carità cristiana incarnava la bontà per eccellenza. Servire Dio era servire gli altri, attraverso una serie di organizzazioni filantropiche con il patrocinio delle chiese. I laici erano permeati di queste idee. Il sacrificio di sé e il dovere sociale nel Regno Unito divennero gli elementi essenziali della "missione imperiale" e attirarono folle di uomini e donne dall'animo nobile disposti a portare il "fardello dell'uomo bianco". Nel frattempo, dall'altra parte dell'Atlantico, un esercito di filantropi si misero in testa di elevare moralmente gli americani poveri mentre ne alleviavano le disgrazie. La bontà di epoca vittoriana è ora condannata perchè considerata morale di auto-gratificazione, per i suoi pregiudizi di classe, per il suo razzismo e imperialismo. 

Tutti o quasi d'accordo, oggi, con Nietzsche nel prendere in giro la cattiva coscienza dei filantropi del XIX° secolo. Questi buoni samaritani non mancavano di avversari, all'epoca, da Oscar Wilde, che mostrava il suo orrore per "la litania nauseante e ipocrita del dovere", ai radicali e socialisti determinati a sostituire la carità con la giustizia, la gentilezza d'elite con i diritti universali. Gli orrori della prima guerra mondiale rivelarono il vuoto del discorso imperiale e sacrificale, mentre l'erosione delle gerarchie sociali tradizionali conseguenti alla guerra minavano l'ideale di servizio al paese. Le donne, che avevano a lungo propagandato altruismo e la dedizione come "doveri delle donne", cominciano a considerare i vantaggi dell'uguaglianza. 

Quando promana dal potere, la gentilezza, facilmente degenera in molestie, come hanno imparato nel modo più duro molti attuali beneficiari di aiuti sociali, Italia compresa. William Beveridge, il padre del sistema del welfare britannico, era ben consapevole di questo pericolo. La gentilezza, la benevolenza che ha difeso l'era moderna e popolare, è stata la carità senza coercizione della filantropia vittoriana. L'attuale sistema sanitario pubblico britannico (NHS) è per molti versi un anacronismo, un dinosauro di altruismo pubblico che si rifiuta ostinatamente di morire. I tentativi disperati dei successivi governi di privatizzazione hanno fatto molti danni, ma la filosofia altruistica rimane ed è la prova di questo impulso umano universale che spinge ad "aiutare gli stranieri", per citare il sociologo britannico Richard Titmuss, uno dei maggiori difensori ardenti dell' NHS. Perché dovremmo preoccuparci che un perfetto sconosciuto riceva le cure di cui ha bisogno? 

Sotto la concezione hobbesiana della natura umana, ciò non ha alcun senso; quindi tutto prova che tutto ciò non è indifferente a nessuno, pensò Titmuss. La vittoria di Margaret Thatcher nel 1979 ha segnato la sconfitta della visione di una società attenta, cara a Beveridge e Titmuss, e vi è una simile erosione dei valori di solidarietà negli Stati Uniti con l'avvento della Reaganomics, nel 1980 la gentilezza è ormai relegata alla motivazione di minoranza, solo buona per i genitori (soprattutto le madri), assistenti sociali e le anime buone in sandali. Il 1990 e successivi proclamano un ritorno ai valori della solidarietà, ma si riveleranno una truffa retorica, i figli della Thatcher e Reagan intrisi di ideologia neoliberista, dopo aver perso qualsiasi memoria della protezione sociale della metà del XX secolo. 

Con il trionfo del New Labour in Gran Bretagna nel 1997 e l'elezione di George W. Bush negli Stati Uniti nel 2000, l'individualismo competitivo diventò la norma. La "Dipendenza" diviene sempre più un tabù e i leader politici, gli imprenditori ben nutriti e satolli e uno sparuto gruppuscolo di moralisti arringa i poveri e più vulnerabili sulle virtù della fiducia in se stessi. Tony Blair è a favore di una compassione più esigente e chiede di sostituire la versione più lassista mantenuta dai suoi predecessori. "Il nuovo welfare deve incoraggiare il lavoro, non dispensarlo", dice, mentre un'orda di manager abbattitori dei costi divora a piene ganasce il sistema di sicurezza sociale britannico. Il capitalismo non è fatto per le persone di cuore. Anche i suoi sostenitori lo riconoscono, sottolineando che se le sue motivazioni sono bassamente materiali, i suoi risultati sono utili per la società: la libera impresa senza ostacoli genera ricchezza e felicità per tutti. Come tutte le credenze utopiche, essa ci mostra l'inganno. Il libero mercato sta rovinando le società che lo ospitano. Il grande paradosso del capitalismo moderno, dice il filosofo e thatcheriano pentito John Gray, è che mina le istituzioni sociali che gli hanno permesso di prosperare - la famiglia, la carriera, la comunità. Per un numero crescente di britannici e americani, la "cultura d'impresa" è sinonimo di eccesso di lavoro, ansia e isolamento. La competizione è sovrana - anche i bambini sono soggetti ad essa e finiscono per ammalarsene. Una società competitiva, una società che divide le persone in vincitori e vinti, genera ostilità e indifferenza. La gentilezza ci viene naturalmente, ma anche la crudeltà e l'aggressione. Quando si è sottoposti ad una pressione costante, ci si allontana l'uno dall'altro. La solidarietà diminuisce e la gentilezza diventa troppo rischiosa. La paranoia fiorisce e le persone cercano capri espiatori cui far pagare il fatto che non sono felici. Vediamo lo sviluppo di una cultura della durezza e cinismo, alimentata da invidiosa ammirazione per coloro che sembrano prosperare in questo ambiente che non perdona - i ricchi e famosi, sono il nostro clero moderno. 

http://www.ibs.it/code/9788804636694/dawkins-richard/gene-egoista.htmlCosa fare? Nulla, dicono alcuni. Gli esseri umani sono intrinsecamente egoisti, e questo è tutto. I giornali ci bombardano con prove scientifiche a sostegno di questo pessimismo. Parlano di scimpanzé avidi, geni egoisti, strategie di accoppiamento spietate. Il biologo Richard Dawkins, al quale si deve il "gene egoista" è molto chiaro a questo proposito: "Una società umana basata esclusivamente sulla legge genetica di egoismo universale sarebbe una società molto dura. Purtroppo, questo non è perché deploriamo qualsiasi cosa non vera ... " Lui non dispera però: "Se vogliamo, come io voglio, la costruzione di una società in cui gli individui cooperino generosamente e disinteressatamente per il bene comune, quindi, non aspettatevi molto dalla natura biologica. Cerchiamo di insegnare la generosità e l'altruismo, perché siamo nati egoisti ... cerchiamo di capire che cosa vogliono i nostri geni egoisti, perché possiamo poi almeno avere la possibilità di contrastare i loro piani". La diagnosi è speciosa come Dawkins la sua soluzione è assurda. 

L'altruismo innato ha i suoi sostenitori tra gli scienziati. I teorici evolutivi mostrano che il DNA della gente gentile ha forti chances di riprodursi, mentre i neurologi indicano un aumento dell'attività nel lobo temporale superiore-posteriore negli individui altruisti. Molti studi affermano di dimostrare l'esistenza di un comportamento generoso negli animali, in particolare delle formiche, la cui propensione al sacrificio per le esigenze della loro colonia impressiona fortemente. In tutti i casi, tuttavia, dicono gli scienziati, questi comportamenti sono motivati ​​dalla necessità di garantire interessi a lungo termine, in particolare la riproduzione della specie. Dal punto di vista delle scienze naturali, la gentilezza, tutto sommato, è sempre "egoista". La scienza potrebbe essere religione moderna, non tutti credono a questa pseudo-certezza e non ne trae alcuna consolazione. Molti si rivolgono di nuovo ai valori cristiani, per trovare il senso di fratellanza umana che, in un mondo secolarizzato, ha perso le sue radici etiche. Ma non possiamo dire che il bilancio del cristianesimo in fatto di bontà ispiri fiducia, non di più, in ogni caso, della maggior parte delle altre religioni. Il paesaggio spirituale contemporaneo, con il beccarsi videndevole, talora violento, tra le religioni e all'interno di ciascuna di esse offre uno spettacolo deprimente anche per i non credenti. Sarebbero preferibili, a quanto pare, le certezze a buon mercato di "noi contro di loro" alle destabilizzanti manifestazioni di fratellanza umana che trascendono le divisioni culturali. 

Il sospetto più tenace che pende minaccioso sulla gentilezza è che sia soltanto narcisismo mascherato: siamo gentili perché ci fa sentire bene; le persone gentili sono dei drogati da autoapprovazione. Di fronte a questo argomento nel 1730, il filosofo Francis Hutcheson aveva liquidato l'argomento in fretta: "Se questo è amore di sé, così sia .... Non c'è niente di meglio di questo amore di sé, nulla è più generoso". Rousseau non dice nulla nel suo Emile (o dell'educazione). Ci mostra che la gentilesse de Emile nasce dal suo amore di sé. Rousseau qui ci mostra perfettamente il motivo per cui la bontà, la gentilesse, sia tra gli attributi umani più invidiati. Si pensa di invidiare negli altri il loro successo, i loro soldi, la loro fama, quando, invece, in realtà è la gentilezza che vogliamo di più, perché è il migliore indicatore di benessere, del piacere dell'esistenza. La gentilezza, quindi, non è che l'egoismo camuffato. A questo sospetto, la società post-freudiana ne ha aggiunto altri due. La gentilezza come forma mascherata di sessualità e come forma mascherata di aggressione, vale a dire, infine, ancora una volta l'egoismo camuffato. 

Nella misura in cui la gentilezza è un atto sessuale, può essere una strategia di seduzione (io sono gentile con te, al fine di avere rapporti sessuali e/o dei bambini) o di difesa contro i rapporti sessuali (sarò gentile con te perchè non si pensi più al sesso e siamo in grado di fare qualcosa insieme), o anche un modo per riparare ad una evenienza presumibilmente causata dal sesso (io sarò gentile con te perchè mi perdoni tutti i miei desideri negativi). Nella misura in cui la gentilezza è un atto aggressivo, si tratta di una strategia di pacificazione (Mi sento così aggressivo nei tuoi confronti da non poterci proteggere se non essendo gentile) o un riparo (la mia gentilezza ti tiene a distanza). "Si può sempre essere gentile, per ragioni di sicurezza", dice Maggie Verver a suo padre nel romanzo di Henry James Golden Bowl (la Coppa d'oro). in ognuno di questi casi, si parte dal principio che noi umani siamo esseri che cercano di proteggere se stessi e divertirsi e che la gentilezza è una delle tante strategie per soddisfare tali esigenze. Ma questa è una vista molto semplicistica e riduttiva. La gentilezza rimane un'esperienza che non sappiamo abbandonare, almeno non ancora. Tutto, nel nostro attuale sistema di valori, può far sembrare che sia spesso utile (in altri termini efficace) ma è potenzialmente superflua, è un residuo di altri tempi o un elemento di vocabolari religiosi. Eppure ne abbiamo sempre voglia, sapendo che crea un certo tipo di intimità, un tipo di coinvolgimento con l'altro che sovente ci crea paura ma di cui abbiamo un disperato bisogno. Sapendo che la gentilezza, alla base, che rende la vita degna di essere vissuta e che tutto ciò che le va contro è un duro colpo per le nostre speranze. 

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