martedì 10 febbraio 2015

Il caso curioso di facebook. Ogni giorno la stessa foto e migliaia di 'like'

Il Washington Post riporta una pagina di Facebook per lo meno sorprendente. 

http://www.washingtonpost.com/news/the-intersect/wp/2015/02/06/the-curious-case-of-the-facebook-page-that-posts-the-same-thing-every-day/
Toto Cutugno la stessa foto ogni giorno, dal 21 agosto. L'idea nasce da una passione per il cantante, in una ripetizione umoristica o frutto di un galoppante morbo di Alzheimer. Tuttavia gli amministratori dell'account hanno avuto ragione. Con più di 59.000 'mi piace' sulla pagina e 1500 contatti in media ogni giorno sulla foto e un successo per lo meno sorprendente. 

Ogni immagine riceve la sua quota di commenti. a volte filosofici: 
"In un mondo così fragile, vi è una rassicurante certezza. Questa immagine permette di essere sicuri su ciò che domani verrà". 
A volte addirittura strani:
"L'immagine oggi sembra un po 'più scura". 
"La giacca era meglio stirata ieri»
Queste riflessioni sono espresse anche in un gruppo su Facebook, che gradisce questa ripetizione dell'immagine del cantante ogni giorno e che riunisce oltre 2.000 persone. 

Al di là dell'aspetto umoristico, dei ricercatori italiani dell'Università di Pavia (IUSS) partendo dal successo della pagina cercano di capire meglio la distribuzione delle leggende metropolitane ("hoax") e del complottismo su internet. 

Per loro, questa storia dimostra che il contenuto di una pagina di Facebook è importante per la sua diffusione quanto l'algoritmo  che disciplina le notizie e le cerchie degli amici. 

Quando le pagine mostrano contenuti "eterogenei", a volte inaspettati, ricevono differenti quantità di 'like' e commenti. Al contrario, quando le pagine pubblicano ciò che ci si aspetta da loro, esattamente la stessa cosa, come nel nostro caso, ricevono lo stesso successo ogni volta. 

Tutto questo secondo Alessandro Bessi, uno degli autori dello studio, potrebbe consentire la creazione di un modello in base al quale comprendere il funzionamento delle leggende metropolitane. 
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vedi The Washington Post: 

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